Montella, Firenze e il senso del limite

ROMA – Un merito va riconosciuto a Vincenzo Montella, nello sconsolato dopo Siviglia: quello di aver messo al centro del tavolo la questione delle cento pistole, da troppo tempo rimossa. Ovvero: la «dimensione» di Firenze. Secondo l’ex allenatore del Catania, la città intesa nel senso più generale, tifosi, critica, insomma l’ambiente, avrebbe smarrito il proprio senso del limite. E quando questo succede, si dice, si supera anche quello del ridicolo. Peccati gravissimi, che, secondo il suo ragionare pragmatico, avrebbero come conseguenza non solo la perdita di credibilità ma anche quella dei giocatori importanti in rosa, turbati da fischi e ingiusta insoddisafazione delle genti fiorentine. Cosa pretende, il sottotesto montelliano, una città che ha vinto l’ultimo scudetto quasi mezzo secolo fa, in cui l’ultimo titolo maschile di squadra, cartina di tornasole della forza di un movimento sportivo, risale al 1980, conquistato dalla Rari Nantes, gloriosa società sotto sfratto in questi giorni?

IL GIOCO SI FA DURO – Altro che 3-5-2, o caso Gomez, o calcio spagnoleggiante bello ma improduttivo: il gioco di Montella, almeno in questo senso, si fa duro. Evviva. Perché adesso non si torna più indietro. Firenze deve rispondere. Suggeriamo al dibattito alcune considerazioni. Partendo dall’ultimo confronto, emblematico, con il Siviglia. Tirare in ballo, come ha fatto Montella ieri notte, il Bayern, uscito tra gli applausi nonostante l’eliminazione, veramente non ha senso; e non ne facciamo questione di risultato (in quel caso l’onore contro il Barça era salvo grazie a una vittoria) o di trionfi recenti o di fatturati: solo sul piano tecnico, quella squadra è la nazionale tedesca rinforzata, come Real e Barça sono quella spagnola con super additivi, o la Juve quella italiana. Ma la finale di Europa League sarà Siviglia-Dnipro! Da una parte una città di 700 mila abitanti, divisa in due per la presenza del Betis (dunque sportivamente con due realtà a misura viola) bellissima ma remota, nel Sud della Spagna (non nel Nord opulento catalano o nel cuore del potere madrileno), che si raggiunge faticisamente in aereo, con il club in questione che fattura meno di 140 milioni di euro, ovvero sotto le prime 20 posizioni Uefa, con uno stadio glorioso ma piuttosto malmesso, un centro sportivo accanto a una rumorosa superstrada, un mercato che quasi ogni anno vende i pezzi migliori eppure pesca e valorizza giocatori di continuo e con l’ex presidente, che in 12 anni ne ha fatto la regina dell’Europa alla seconda velocità, in galera. Quale doveva essere secondo voi il senso del limite di una società che ha vinto un solo scudetto, nel 1946, retrocessa un paio di volte nei ‘90 e che ora colleziona coppe Uefa come tornei dei bar? Lì, per superare loro stessi e la “condanna” alla marginalità, hanno scelto il senso di appartenenza: Del Nido, il dirigente imprigionato, è nato nel club, figlio di vicepresidente e li è cresciuto con passione totale; Monchi, geniale diesse, altrettanto. E il Dnipro, che i più, noi compresi, non saprebbero andare a cercare su una mappa? Quando a Kiev, alla vigilia di Dinamo-Fiorentina, parlammo del soprendente calcio ucraino con Lucescu, da anni alla guida dello Shakhtar, ci colpì la sua sicurezza sul fatto che in finale sarebbero potute arrivare entrambe le squadre locali, allora ai quarti. Nonostante la guerra civile, nonostante il fatto che il Dnipro sia costretto per questo da oltre un anno a giocare lontano dalla sua gente, con una squadra e un allenatore, Markevyc, semisconosciuti oltreconfine? La risposta in questo senso è un po’ diversa rispetto a quella sivigliana: lì, oltre al “nazionalismo”, contano i miliardi degli oligarchi alla guida dei tre, quattro club più importanti. Nel caso del Dnipro l’uomo dei sogni è Ihor Kolomoysky, controverso personaggio dalle grandissime risorse, che la rivista Forbes specializzata in paperoni piazza al 1415° posto, patrimonio personale di 1,3 miliardi di dollari. Stessa posizione di…Andrea Della Valle (con Diego 1105°, a quota 1,75 miliardi di dollari). Il riferimento non è né causuale né suggestivo. Chiama evidentemente in causa l’incidenza della proprietà (insieme i due fratelli in questo inizio di terzo millennio viola. La passione genuina del presidente onorario non è in discussione né la capacità oculata di investimento. Ma è un fatto che in quasi 90 anni di storia viola non era mai accaduto che una proprietà restasse tanto a lungo senza vincere niente, anche a livello giovanile. Basta scorrere un almanacco, dividendo la storia in decenni, per scoprire che quella viola è stata meno agra di quel che si ricordi usualmente, con piazzamenti medi intorno al quarto posto, che ora sembra il massimo punto di arrivo possibile. Vero, la decade pontelliana si concluse giusto 25 anni fa, senza titoli, con la Rivolta per la cessione di Baggio alla Juve. Eppure quella degli anni ‘80 fu una grande Fiorentina, arrivata a un punto dallo scudetto, e a 90′ dalla coppa Uefa, e con due scudetti Primavera e due tornei di Viareggio in bacheca. Senza dilungarci oltre, il nostro ragionamento è chiaro e ovviamente non vale solo per Montella: senso di appartenenza e/o investimenti sono la chiave per spostare i limiti nel calcio. Che, come ricordava Monchi, prima di Siviglia-Fiorentina, è fatto dalla ricerca della vittoria insieme a quella dei conti in ordine. Il vero peccato mortale verso Firenze sarebbe quello di disegnarle un orizzonte fisso e gregario. Questo sì che sarebbe un limite ridicolo.

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