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Donne della mala al Festival del Giallo di Pistoia

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Pistoia – Interessante carrellata sul mondo criminale al femminile, stamani a Pistoia, al Festival del Giallo. Tre donne, tre professionalità e tre impostazioni diverse per scandagliare le varie sfaccettature di un tema che da sempre porta con se’ uno degli argomenti che sollevano più “disagio” nel mondo occidentale. Perché la donna è solitamente “soggetto debole” da tutelare in qualche modo. E quando dà ombra o fastidio, da rimettere a posto: vale a dire in posizione ancillare rispetto al genere “più forte”.

Ebbene, i tre interventi (ottimamente condotti dal giornalista Maurizio Gori e introdotti dal capofila dell’organizzazione (e anima) del Festival Giuseppe Previti) dell’avvocata criminologa Cristiania Panseri Marini, della storica dell’arte Francesca Rafanelli Maffucci e della giornalista Stefania Valbonesi, hanno dato conto delle varie anime delle donne calate nella criminalità

cristiania panseriUn vero e proprio studio sociologico, che dà la struttura della mappa criminale al femminile è stato l’oggetto della disanima dell’avvocato Panseri, che è in buona sostanza partita da un dato: solo il 4% delle donne delinquono. Perché? Al di là di “barriere” culturali e di pressioni da parte della società, le donne che delinquono hanno da perdere molto di più degli uomini: in termini di affetti (di solito la famiglia le abbandona, diventano spesso un’onta da cancellare), di vita vissuta, di perdita di ruol-. Insomma la donna criminale perde tutto, sia che sia vittima che carnefice. Tant’è vero che, come specifica la criminologa, che si riaggancia anche all’opera di Scerbanenco “Venere privata”, il tentativo nei confronmti della dinna “criminale2 è sempre quello di arrivare a una “normalizzazione”. E se non ci si riesce? E’ il manicmomio, spesso, a dare soluzione. Non normalizzata, la donna criminale può essere solo una cosa: pazza.

francesca rafanelliE nell’ambito di ciò che almeno nei fatti appare l’opera di una mente distorta, arriva l’inquietante figura di Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice”, una delle figure più “noir” della storia del crimine italiano. E’ la sua figura, minuta, gioviale, accattivante per coloro che l’hanno conosciuta, a essere al centro della trattazione di Francesca Rafanelli Maffucci, che si avvale nella sua relazione anche di slide con immagini d’epoca (persino un pezzo dell’intervista d’epoca a Leonarda) e di un incantevole spezzone del film del 77, Gran Bollito, capolavoro del regista pistoiese Bolognini sulla vicenda. Una storia, quella della cianciulli, che si dipana da un’infnzia senza affetto e violenta fino al suo radicamento in un substrato nero di stregoneria, che la induce a offrire sacrifgici umani per “salvare” i suoi figli. cmplice, la maledizione lanciata dalla madre senzas amore che alla fanciulla andata sposa contro la sua volontà predice la disgrazia di vedere morire tutti i suoi figli. Da qui la tessitura del “sacrificio di morte in cambio di vita” della donna, che sconterà, dopo la scoperta dell’orrore, la maggior parte della pena (25 anni su trenta) in manicomio criminale. morì a 77 anni nel manicomio criminale di Pozzuoli.

stefania valbonesiLa carrellata nel crimine al femminile esposta dalla giornalista Stefania Valbonesi invece si appunta sulla vita a tratti leggendaria di tre donne straordinarie che sono diventate l’icona delle donne briganti, o meglio delle brigantesse. Maria Oliverio detta Ciccilla, calabrese, Filomena Pennacchio, pugliese e infine la più nota forse anche per le fotografie dell’epoca che la ritraggono giovane e bellissima e poi straziato cadavere. Michelina di Cesare, del casertano. Tre figure i cui tratti si confondono, spesso vengono sostituite da altre figura femminili cui vengono attribuite gesta diverse, ma di fatto donne che danno una svolta al carattere di adesione alla lotta armata delle genti meridionali contro la riproposizione di un mondo in cui il povero ci rimette sempre. Ma soprattutto, donne di guerra: sparano, si consultano con gli uomini, mettono a punto assalti. La spietatezza e la freddezza ne fanno veri e propri capi, capaci di imporre decisioni anche ai loro uomini. Del resto, la ricaduta letteraria di questo tipo di donna che affascinò anche autori stranieri come Alexandre Dumas, è l’apparizione nella letteratura dell’800 di un tipo di donna che assume la responsabilità delle proprie azioni crudeli e spietate e anche che sceglie il proprio destino: ne sono esempi famosi le protagoniste delle Novelle di Verga, dall’Amante di Gramigna, che sceglie anche contro la madre di andare a offrirsi al bandito Gramigna e la Lupa, che decide la dannazione: sua e dell’uomo che desidera. Un nuovo tipo di donne che ci porta, ai tempi nostri, a una personalità femminile imperiosa che ha qualche esempio nella criminalità organizzata. La donna che decide riesce a imporre la sua autorità con la forza del carattere e l’attitudine al comando. Ne è riprova la vicenda di Rosetta Cutolo, sorella maggiore del capo della NCO Raffaele Cutolo, che riesce a tenere, sia pure per conto del fratello, le fila dell’organizzazione con pugno di ferro. 

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